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Onorevoli facce di bronzo

In un Paese civile una lettera del calibro di quella inviata dai capigruppo alla Camera della maggioranza – gli ottimi Cicchitto, Reguzzoni e Sardelli – all’ufficio di presidenza di Montecitorio sarebbe stata accolta con una fragorosa risata. Subito accompagnata da una sonora pernacchia. Ma l’Italia, si sa, di civile non ha più nulla. Così tocca non solo sorbirci le boiate sesquipedali di certi imbecilli, ma anche dover perdere tempo per smentirle. Infatti chi lo dovrebbe fare, cioè l’informazione, pensa a tutto fuorché a fare informazione. Col risultato che tre parlamentari analfabeti possono permettersi di sproloquiare in santa pace, mettendo anche per iscritto e firmando le proprie cretinate deliranti, senza correre il rischio di essere trattati come meritano. Cioè di essere messi in ridicolo davanti all’opinione pubblica e costretti a nascondersi per la vergogna. Perché certe cose, prima ancora che di dirle, bisognerebbe vergognarsi anche solo di pensarle. Questo però – s’intende – vale solo per le persone che abbiano ancora almeno un residuo di dignità. Cosa che ovviamente non riguarda i deputati di Pdl e Lega (figurarsi i “Responsabili”…), costretti, calzoni alle ginocchia, ad indossare ingombranti maschere di bronzo per poter sostenere certe tesi stravaganti senza dover rinunciare definitivamente a guardarsi allo specchio.

A parere di questi tre eminenti giuristi, in seguito alla decisione del Gip di Milano di accogliere la richiesta della Procura per il giudizio immediato del Privato Corruttore in merito al caso-Ruby, la Camera dei deputati avrebbe il dovere “accertare la sussistenza delle condizioni per sollevare un conflitto di attribuzione tra poteri davanti alla Corte Costituzionale a tutela delle prerogative della Camera”. Questo perché “all’Organismo parlamentare non può essere sottratta una propria autonoma valutazione sulla natura ministeriale o non ministeriale dei reati oggetto di indagine giudiziaria”, un potere garantitole “dall’Articolo 96 della Costituzione”. Peccato che l’articolo 96 dica tutt’altro. E cioè che “il Presidente del Consiglio dei Ministri ed i Ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati, secondo le norme stabilite con legge costituzionale”. Tradotto: la competenza è del Tribunale dei ministri se e solo se i reati a loro contestati sono connessi all’“esercizio delle loro funzioni”. E stabilire la natura di un reato spetta ai giudici, non certo ai parlamentari. Come del resto ha ribadito la Cassazione lo scorso 3 marzo. Ma questo i poveretti non lo sanno. Come probabilmente non lo sapevano i 315 deputati che hanno votato, senza nemmeno arrossire per l’imbarazzo, lo spiritoso testo presentato dall’On. ( si fa per dire) Avv. Paniz, col quale la Camera, rispondendo alla richiesta della Procura di Milano per poter perquisire gli uffici del rag. Spinelli (beneficiario di un turboscudo immunitario “da contagio”, in quanto dipendente del premier), decretava il rinvio al mittente degli atti processuali. Perché? Perché “la competenza è del Tribunale dei ministri”. Come ha sintetizzato tagliente Travaglio, “la Procura chiede ‘Che ora è?’ e la Camera risponde ‘Piove’”. E, oltretutto, c’è il sole. Perché, fino a prova contraria, concutere i questurini perché liberino una prostituta non rientra fra le prerogative del premier.

La tesi sostenuta dal rampante azzeccagarbugli bellunese è che Berlusconi avrebbe telefonato alla Questura per “la tutela dei rapporti internazionali” perché davvero credeva che Ruby fosse la nipote di Mubarak. Roba da teatro dell’assurdo. Eppure  il pover’uomo ha trovato altri 314 infelici disposti a bersela. Dalla qual cosa si deduce che o i deputati della maggioranza hanno votato un testo ridicolo senza credere a una sola virgola del documento, ma solo per salvare il Capo dall’ennesimo processo; oppure reputano il presidente del Consiglio il peggiore fra gli stupidi, tanto da poter credere che una puttana (pardon, escort), per giunta marocchina, potesse essere la nipote di Mubarak. Quale delle due è peggio? In più, “la tutela dei rapporti internazionali”, è funzione che spetta al ministro degli Esteri e non al presidente del Consiglio (la riprova dell’inutilità di Frattini). Dunque la scusa del reato funzionale si rivela per quella che è: una bufala.

Ma anche ammesso che questa storiella fosse vera, comunque la votazione della Camera non potrebbe in alcun modo condizionare l’azione dell’Autorità giudiziaria. Non c’è bisogno di scomodare Montesquieu per ricordare la necessità della separazione dei poteri, pilastro delle democrazie liberali. E il potere giudiziario, come sanno anche i bambini, spetta non al Parlamento ma alla magistratura. Non si capisce quindi a quale titolo gli Onorevoli facce di bronzo si permettano il lusso di denunciare “una interpretazione scorretta della disciplina vigente” , “l’assoluta infondatezza ed illogicità dei capi di imputazione” e la “superficialità” dei magistrati milanesi, dato che non compete ai deputati valutare l’operato dei giudici né, tantomeno, stabilire la solidità o l’infondatezza degli impianti accusatori.  Insomma, la Camera, mentre invade l’ambito del potere giudiziario, lo accusa di “impedire alla Camera l’esercizio delle sue prerogative costituzionali”. Roba che, in un Paese normale, farebbe arrossire il più sfacciato dei ciarlatani. Non in Italia, dove l’informazione si limita a riportare fedelmente e pedissequamente ogni minimo sussurro, ogni minima esternazione del più infimo dei cani di regime, senza nemmeno prendersi la briga di verificarne l’attendibilità e la fondatezza. E, nel caso, di smentire.

Verrebbe da chiedersi, ad esempio, come mai i valenti opinionisti del Corriere (quelli che Montanelli chiamava con disprezzo “i sedicenti liberaloni”), sempre sull’attenti quando si tratta di rimproverare le presunte (e mai dimostrate) “invasioni di campo” della magistratura, non spendano un rigo di commento per denunciare la falsità e la gravità di affermazioni di questo tipo. Il problema è che, a farsi delle domande, si finisce spesso col darsi anche delle risposte.


Nichi Vendola. L’uomo nuovo della Prima Repubblica.

Le 316 pagine dell’ordinanza con la quale il gip di Bari Giuseppe De Benedictis ha disposto la richiesta di arresto per il senatore del Partito democratico Alberto Tedesco, ex-assessore alla Sanità per la Regione Puglia, indagato per concussione, offrono un’immagine tutt’altro che edificante sulla gestione politica in materia ad opera della maggioranza di centro-sinistra e del presidente Nichi Vendola, per il quale in un’altra ordinanza è stata disposta l’archiviazione. Una vicenda che – è bene dirlo subito – trascende dai suoi meri risvolti giudiziari. Dai documenti infatti emergono elementi decisamente preoccupanti, relativi sia alla posizione dei vertici del Pd locale sia a quella del lìder di Sel. Elementi che portano il Gip a descrivere un “collaudato sistema criminale, stabilmente radicato nei vertici politico-amministrativi della sanità regionale”. Tant’è che “le indagini hanno dimostrato che la invasività della politica non era una cosa sporadica ma, purtroppo, tutte le decisioni e gli indirizzi di politica sanitaria erano orientati quasi esclusivamente in una prospettiva clientelare di ritorno del consenso elettorale e di acquisizione di indebite utilità nelle gare pubbliche”.

Lo scenario dipinto è un intreccio di malaffare, pressioni politiche, lottizzazioni, conflitti di interessi e leggine ad personam (“ad usum delphini“). nel quale Vendola svolge un ruolo, ancorché a parere dell’accusa non penalmente rilevante, decisamente poco consono a chi aspiri a proporsi come guida di una coalizione nuova e veramente alternativa al berlusconismo. Come nel caso della telefonata intercettata fra Vendola e Tedesco nel novembre 2008 a proposito della nomina di un direttore generale. Annota il Gip: “Pur di sostenere il suo protetto il Governatore pretende il cambiamento della legge per superare, con una nuova legge ad usum delphini, gli ostacoli che la norma frapponeva alla nomina”.

“Quello non ha i requisiti sta come direttore generale, quello che vuoi nominare!”, dice Tedesco al telefono. E Vendola, quasi irritato: “O madonna santa, porca miseria la legge non la possiamo modificare?”. “Eh?”. “Non possiamo modificare la legge in una delle prossime…”. Una leggina per un amico. Che sarà mai?

Il documento si sofferma poi su un’informativa della Guardia di Finanza relativa al conflitto di interessi fra la carica ricoperta da Tedesco e gli interessi dei suoi figli – entrambi proprietari di società impiegate nella vendita di protesi sanitarie – nell’ambito del suo incarico, già noti quando, nel 2005, Vendola lo nominò assessore alla Sanità. “Tale informativa – scrive il Gip – rende evidente, al di là di quanto emerso dalle intercettazioni negli anni precedenti, che gli interessi personali e famigliari di Tedesco nel settore della sanità pubblica erano ben conosciuti dagli stessi vertici della Regione Puglia”. Dunque anche e soprattutto a Vendola. “Vertici che non erano tuttavia mai intervenuti per recidere tali cointeressenze, di fatto consentendo a Tedesco di costruire quella “rete” di contatti utili a perseguire i suoi interessi politici e imprenditoriali di cui si diceva in premessa: solo con la interrogazione urgente della 56esima seduta del consiglio regionale pugliese, tali vertici, improvvisamente, si “rendevano conto” di tale incredibile situazione e cercavano di porvi rimedio”. Ma nonostante tutto ancora oggi il Governatore difende la sua scelta definendo Tedesco “l’unico profilo di alta competenza sull’intricata sanità pugliese”. D’altra parte “la mia parola, il mio sguardo, mi parevano un deterrente sufficiente per chi avesse intenti meno che leciti”. Non c’è che dire.

E se a parere dei pm e del Gip Sergio Di Paola la condotta di Vendola in materia di lottizzazione non risulta penalmente rilevante è innegabile che quella che Di Paola definisce “arroganza politica” non costituisca certamente un punto a favore del Governatore, soprattutto alla luce della sua volontà di costituirsi alternativa a Berlusconi. Senza contare l’annosa questione dei 120 milioni – senza pubblica gara d’appalto – a Don Verzé, padre confessore del Cainano, per il progetto del “San Raffaele del Mediterraneo” a Taranto. Una concessione quantomeno strana, ai limiti del sospetto se si considerano i bilanci estremamente in rosso della Sanità pugliese.

Insomma, più che da “nuovo che avanza” le sembianze di Vendola ricalcano pienamente quelle del classico politicante regionale: lottizzazione delle Asl, spesa pubblica allegra, “arroganza politica”, dirigismo, a scapito della trasparenza, del merito e del libero mercato. Un retaggio caratteristico della Prima Repubblica. D’altra parte, questo personaggio “nuovo” è in politica solo dal 1985.


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